giovedì 29 aprile 2010

Rabbi Shim’on Bar Yochai, Bittul ha-Ishut e Felicità (2)

E’ necessario, in particolare in questa generazione, un chiarimento su determinati concetti: quello dell’ ענוה ‘anavàh, caratteristica principale di Moshèh Rabbenu ע"ה, quello definito come Bittul Ha-Ishut, e soprattutto quello della gradualità.

Ognuna di queste tematiche necessiterebbe una trattazione particolare e particolareggiata a sè, con la quale sono già stati riempiti molti libri; purtroppo questo tipo di trattazione ci è impedita in questa sede e in questo momento, per vari motivi. E’ possibile però cercare di toccare la punta dell’iceberg, che nel caso specifico credo che sia sufficiente per evitare incomprensioni gravi, e aiutare una comprensione corretta e graduale.

Cominciamo dall’inizio.
La ענוה ‘anavàh è una delle migliori middot all’Universo, come riportato nell’Iggheret Ha-Ramban ז"ל, epica epistola che il Ramban ז"ל scrive al figlio, per ricordargli brevemente le vie dell’educazione. E’ talmente buona che la Toràh Ha-Qedoshàh la utilizza come identificativo e lode eccelsa per Moshèh Rabbenu ע"ה, massimo dei Profeti, dicendo והאיש משה עניו מאד VehaIsh Moshèhh ‘Anav Meod ~ e l’Uomo Moshèh era molto modesto.
Ho tenuto apposta la traduzione classica, ma proprio come la maggior parte delle traduzioni, non rende l’idea, anzi la storpia. Oggi la modestia è considerata la non considerazione di sé stessi in modo elevato, ma questa non è la ‘anavàh.

Vediamolo attraverso un altro episodio che ho sentito anni fa da Rav Pedhazur Arbib שליט"א, oggi Rabbino Capo di Milano, per definire questa contraddizione: nel famoso “evento” del Roveto Ardente, Moshèh Rabbenu ע"ה si avvicina e viene chiamato. In quella dice הנני Hinneni ~ Eccomi. Il Midrash spiega che intendeva dire – Eccomi pronto ad essere מלך Melekh ~ Re e כהן גדול Cohen Gadol. A questo punto la domanda nasce spontanea, com’è possibile che una persona modesta richieda una cosa del genere, e non solo, dica di essere pronto.

Dopo questo evento, Moshèh Rabbenu ע"ה sente che HQB”H vuole mandarlo a salvare il popolo e si mette a discutere, dicendo che Aharon ע"ה è più indicato di lui. Dopo che una persona dice – Sono pronto ad essere anche solo meno di Re di tutto Israel, come può dire – va qualcun altro al mio posto? E come può conciliarsi tutto ciò con la ‘anavàh?

In sintesi la questione è questa – la ‘anavàh consiste in qualcos’altro. Consiste nel riconoscere tutte le proprie middot, il proprio livello e, in base a questa consapevolezza ottenere tre risultati principali che ci toccano direttamente: (1) sapere esattamente cosa si è in grado di fare, (2) sapere quanto effettivamente manca per farlo, se facciamo meno, con la consapevolezza che se qualcun altro avesse ottenuto le nostre stesse middot le avrebbe potuto sfruttare molto meglio e (3) che se c’è qualcuno che è effettivamente più adatto per un determinato ruolo non solo non ci si oppone, ma addirittura lo si propone. Questa è la Grandezza dell’‘anavàh, in particolare quella di Moshèh Rabbenu ע"ה.


Il Ramban ז"ל in quella famosa Iggheret spiega come arrivare a questa favolosa middàh. Ci si arriva riuscendo a liberarsi piano piano del כעס Ka’as ~ collera. Di fatto il Ka’as non è altro che il sintomo del contrasto tra ciò che noi desideriamo e quello che effettivamente abbiamo davanti, che per eccellenza, poiché avviene è Volontà di HQB”H IS”L. Arrabbiandoci dimostriamo semplicemente che non pensiamo effettivamente che sia la Sua Volontà, perché se lo pensassimo non avremmo assolutamente bisogno di arrabbiarci, poiché sappiamo che se così è la Sua Volontà, qualunque essa sia, è Giusta. Per questo motivo chi si arrabbia è considerato allo stesso livello di un idolatra, perché in quel momento sta “ripudiando” la Volontà Divina.
Abbiamo detto che tutto nasce tra il contrasto tra ciò che desideriamo e quello che effettivamente abbaiamo davanti. Considerando, contrariamente a quello che succede solitamente, che quello che abbiamo davanti è dipendente da HQB”H IS”L e non direttamente da noi, abbiamo un solo modo per evitare il contrasto – desiderare qualcos’altro.

Di fatto non è possibile per l’uomo non desiderare. Rav Ben Tzion Abba Shaul ז"ל riporta che uno dei massimi Maestri della generazione precedente, Rav ‘Ezràh Attia ז"ל, che l’ha preceduto come Rosh Yeshivàh di Porat Yossef soleva dire che solo i morti non hanno desideri.
La questione è sapere cosa desiderare. Una persona può indirizzare i suoi desideri. Esattamente come sa allontanarsi dal fuoco perché sa che ci si scotta anche se può sembrare affascinante, così può gestire anche altri desideri, con più o meno impegno.

Il desiderio dev’essere indirizzato a volere cose spirituali. A questo punto c’è un cammino identificato da Rabbì Pinechas Ben Yair (Sotàh 49b, ‘Avodàh Zaràh 20b ועוד) e spiegata per tutto il Messilat Yesharim, di Rabbenu Moshèh Chajim Luzzato ז"ל, enorme Chakham e Mequbbal italiano. All’inizio si parte dallo studio della Toràh, questo porta ad una salita costante [a meno che non venga studiata ח"ו al fine di non applicare, o solo come filosofia, o per solo sapere dialettico per contraddire gli altri – cfr. Tossafot Pessachim 50b ועוד]. Si passa poi per l’applicazione della Toràh, e solo dopo diversi altri stadi si giunge ad uno stadio in cui effettivamente ci si comincia ad allontanare dalla materialità in modo più netto, ma anche quello è un livello di passaggio, perché lo scopo non è tanto l’allontanarsi dalla materialità, quanto diventare essenza di spiritualità.

Questo cammino però è da conoscere a priori, nel modo più completo possibile [rimando per questo al Messilat Yesharim, il cui scopo è proprio questo], per sapere come indirizzare i propri passi.
Bisogna però tenere sempre a testa – sono passi, passaggi che devono essere graduali, senza salti, perché ogni salto rischia enormemente di provocare ח"ו cadute, che possono essere evitate procedendo cautamente; d’altra parte se non so dove devo arrivare, ma conosco solo parte della strada, posso considerare erroneamente che il percorso sia molto più breve di quanto effettivamente lo sia, e pertanto non applicarmi abbastanza, o abbastanza efficacemente.
Questo è già un primo passaggio verso la ‘anavàh, perché per arrivare ad applicarsi in questo modo è necessario comprendere in massima dove si deve arrivare e dove ci si trova.
Di fatto durante il cammino si vedrà che spesso la comprensione di dove si deve arrivare varia, e questo è da sapere a priori. E’ tutto dipendente da un solo motivo – quando siamo troppo distanti dalla meta non possiamo effettivamente vederla, ma sappiamo di massima in che direzione sia. A questo punto è necessario quindi salire e procedere verso la meta che vedo in quella direzione, che poi בס"ד sarà ampliata con il tempo. E’ chiaro che le mete di un bambino non sono quelle di un teenager, e tantomeno quelle di un adulto, ancora meno quelle di un genitore, nonno o ancora più.
Ognuno deve però rivestire il suo Ruolo, nel suo momento.
Non è richiesto da noi di essere Moshèh Rabbenu ע"ה, ma “solamente” di portare al massimo le nostre doti, e le nostre potenzialità – questa è la vera ‘anavàh.
La domanda che spaventa tutti i Grandi il Giorno del Giudizio è una domanda molto semplice, proprio per questo così disarmante: Sei stato Te Stesso? – Hai tirato fuori il massimo di te?
Yehi Ratzon che proprio attraverso il merito di Rabbì Shim’on Bar Yochai, che è arrivato a questo livello (cfr. Sukkàh 45b – discorso in sè), possiamo giungerci anche noi.

di Aharon Braha הי"ו

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